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650esimo b. Colombini

File:San Girolamo, siena, 02.JPG

Chiesa e convento di San Girolamo a Siena (da wikipedia)

"Giovanni Colombini era passato a miglior vita e, di lì a qualche mese, Francesco di Mino sarebbe spirato anch'egli. I gesuati, così restavano "orfani" e decidevano di affidarsi a Girolamo di Asciano, compagno prediletto dei due "fondatori". Il gruppo rimpatriato visse, agli inizi, in una situazione di estrema precarietà, visto che non disponeva nemmeno di un luogo in cui abitare...(ma) quella situazione tanto incerta durò poco: nel corso del 1368 due gesuati: il compositorie di laudi Bianco dell'Anciolina e l'umbro Crisostomo da San Pivio di Gubbio, ricevevano la chiesa, l'orastorio e il convento di San Girolamo dall'"huomo di penitenza e servo di Dio" Giovanni di ser Gano da Orvieto, guglielmita e abate di S. Antimo presso Montalcino" ( da I. Gagliardi, "I pauper Yesuati", Roma, 2004, p. 30.

I gesuati a Siena si stanziarono nel Convento di S. Girolamo. Nel frattempo si era costituito anche un nutrito gruppo di donne, umili e devote che, al seguito della nipote di Giovanni, Caterina di Tommaso Colombini, formarono poi un nuovo ordine: quello delle gesuate.

Queste andarono a vivere  in una casa che possedeva Caterina in Vallepiatta.

Ma di questo ce ne parla A. Liberati, in uno studio degli anni '30 del secolo passato, pubblicato nel BVLLETTINO SENESE DI STORIA PATRIA, RIVISTA DELL’ ISTITVTO D’ARTE E DI STORIA DEL COMVNE DI SIENA , XL , 1933, fasc. IV.

Le Gesuate di Vallepiatta (Siena)

 

               Caterina Colombini - Chiesa di S. Sebastiano in Vallepiatta.

I                    l b. Giovanni Colombini - Chiesa di S. Sebastiano in Vallepiatta

 

                  

 

Le turbinose vicende che durante il sec. X1V travagliarono in generale l’Italia e in particolare Siena, ove l’odio di parte, la gelosia e la sete del potere tenevano divise le più potenti famiglie, avevano ridotto la Repubblica in tale stato di depressione, che certamente sarebbe caduta in potere di qualche tirannello (come era avvenuto in altre città d’Italia) se il popolo sempre geloso della sua libertà, nei momenti più difficoltosi, non si fosse sollevato per tutelare i proprii diritti e la propria indipendenza.

 


  Fra questo fervore di gelosie e di prepotenze non mancarono però persone che con ogni mezzo cercarono di smorzare gli odi personali e di rimettere sulla retta via i facinorosi, che dimentichi della patria comune, cercavano di innalzare loro stessi a detrimento dello universale. E così, per citare i maggiori, Caterina Benincasa, che con l’esempio e con l’opera cercò di ridurre a più miti consigli umili e potenti, Ambrogio Sansedoni, Andrea Gallerani, che si prodigarono per ricondurre la tranquillità e per aiutare i poveri, Giovanni Colombini, che sebbene dapprima non troppo differente dai suoi coetanei, richiamato alla fede, diede tutto sé stesso per il bene dei cittadini e giunse a fondare l’ordine dei Gesuati, perché lo aiutasse nella difficile opera di carità e di redenzione, che aveva intrapresa.

  Non è nostro intendimento parlare delle vicende di quei tempi e tanto meno di tessere la storia dei personaggi sopra ricordato, ma semplicemente di dire, come quel fervore non fu prerogativa di quei pochi eletti, ma ancora umili, devote e quasi dimenticate persone, tra le quali Caterina di Tommaso Colombini[1] .

Forse per suggerimento di Giovanni Colombini (m. 1367) che già andava meditando la creazione del suo nuovo ordine dei Gesuati[2], Caterina (m. 1388), stretta patente del futuro Beato, pensò di fondare quello delle Gesuate, e lo istituì in una delle più remote parti della città e più propriamente in una casa che possedeva in Vallepiatta, vicina alle carbonaie che, con lo stesso nome, salivano fino al Canto del Verchione. Fino dall’anno 1313, queste carbonaie appartennero direttamente al Comune, ma nel 2 marzo dello stesso anno il Rettore e Fratelli dello Spedale di Santa Maria della Scala, in considerazione che in quelle carbonaie « multa turpia et putrida fiunt et proiciuntur continue, cuius rei occasione magnus fetor, maxime in estate, insurgit.» a detrimento dei malati; e perché spesso cadendovi panni che servivano « ad usum pauperum ipsius hospitalis » le persone che passavano se ne appropriavano; per il fatto ancora che « in ipsa carbonaria iuvenes et pueri de civitate et burgis solent preliari et preliantur et rixantur cum lapidibus et bastonibus » e spesso vi morivano o restavano gravemente feriti, e per la sicurezza stessa dello Spedale, chiesero ed ottennero dal Consiglio Generale della Repubblica di chiudere la porta di Vallepiatta e di prendere il possesso della carbonaia[3]. Chiusa così la porta di Vallepiatta ed incorporata nella clausura del nuovo convento, i Governatori di Siena nel 28 febbraio 1344 stabilirono di fare una nuova porta, che chiamarono di Santo Sano, per comodità degli abitanti di quella contrada, che erano costretti a fare un lungo giro per provvedersi di acqua alla fonte di Acquavia, ed a compimento del lavoro, lo Spedale concesse 45 braccia di terreno per fare una nuova strada che conducesse direttamente alla porta predetta e che prese poi il nome di Franciosa.[4]

  Nel 18 ottobre 1373, per le non liete condizioni nelle quali si trovavano, le monache di Vallepiatta domandarono al comune di Siena l’esonero della tassa di soldi 16 che gli Esecutori dei dazi avevano loro imposta per l’affitto di un orto che i Canonici del Duomo avevano loro ceduto per la corresponsione annua di fiorini quattro (Doc. n. I), e la domanda fu benignamente accolta dal magistrato di Concistoro ed approvata dal Consiglio Generale della Campana.

  Non sapremmo precisare se l’orto del quale abbiamo parlato, venisse poi in proprietà delle Gesuate, sta il fatto, che nell’anno 1443 essendo «rovinato verso il loro orto un pezo grande di muro el quale «secondo el decto et parere di maestri non si rifarà a formi cento » chiesero alla Repubblica una sovvenzione per rifarlo, adducendo che «ànno delle fanciulle et giovane et cittadine che così aperte non lo’ «pare stare sicure né bene per li gattivi et spiacevoli et ognuno die
« cercare l’onestà così di sé come del suo vicino » e la supplica fu pure accolta, con la limitazione «quod per comune Senarum solvatur « et largiatur onore Dei et virginis gloriose Marie, libras sexagintaduo « pro actamine et reparatione ipsius muri » da pagarsi dal camarlengo di Biccherna[5]. Altra domanda fecero le « Povare di Vallepiatta » due anni dopo, per chiedere al Comune «la limosina» per potere riparare alla rovina di un muro verificatasi nella loro casa, ed il Consiglio, nella sua adunanza del 21 febbraio 1445, deliberò che venissero loro concesse lire trecento

«in acconciamento et reparatione dicti loci, de quibus denariis retineatur bonum computum per operarium maioris ecclesie cathedralis et per eius manus solvantur ita quod expendantur in dicto acconciamento et non in alio »[6]; e successivamente, nel 16 gennaio 1464 (st. sen.) vengono pagate dallo Spedale della Scala, alle monache Gesuate, lire cento, per un legato che Antonio di Carlo (m. 17 settembre 1462), con testamento fatto a totale favore del detto Spedale, aveva loro lasciato[7].

Non è il caso qui di ‘ripetere quanto abbiamo altra volta scritto sulle cause che determinarono il sorgere in Siena, negli ultimi anni del sec. XV, di varie associazioni religiose e laicali[8] ; sta il fatto però che tra le altre, sorse quella di San Sebastiano nella contrada di Vallepiatta, e fu proprio in quel tempo che si dette principio all’oratorio che ancor oggi va sotto il titolo del glorioso Martire. In tale occasione lo Spedale di Santa Maria della Scala cedette, nel 17 gennaio 1493, alla « Compagnia di Sancto Sebastiano, nuovamente fatta nel fosso di Sancto Sano » una casetta[9] per uso della nuova chiesa che si stava costruendo, e che doveva essere quasi terminata nel 1494, come ce lo dimostra una petizione avanzata dagli operai della fabbrica, con la quale domandavano che in occasione della festa del Santo, venisse visitata dal Magistrato di Biccherna e presentata di qualche offerta (Doc. n. Il).

  Dalla maggior parte degli scrittori senesi si vuole che questo oratorio fosse stato eseguito su disegno di B. Peruzzi, ma noi propendiamo a credere che sia piuttosto opera di Girolamo di Domenico detto «di monna Nera» che si crede della casa dei Ponsi[10]: comunque sia questo oratorio venne offiziato, oltre dai componenti la Compagnia di San Sebastiano, pur dalle Gesuate, che vi entravano da una porticciola dal lato della sagrestia, mentre la cappella sottostante al medesimo, si tenne prima dall’arte dei Tessitori di drappi e poi da quella di panni lini[11].

  Nella visita che monsignor Bossio fece a questa chiesa nel 3 agosto 1 575, si legge che le «Povare di Vallepiatta» erano in quel tempo in numero di 36 professe, cinque converse ed una secolare in attesa di monacarsi: che vivevano sotto la regola di S. Agostino, ma secondo la costituzione dei frati Gesuati : che non avendo una vera e propria clausura potevano le monache uscire liberamente per la ricerca del bisognevole per vivere e potevano andare a mangiare presso i propri genitori e stretti parenti ed anco dormirvi, qualora però il Priore dei Gesuati di San Girolamo ne desse formale licenza[12].
  Nel 15 ottobre del 1 716 le monache di Vallepiatta cominciarono ai ingrandire il loro parlatorio, iniziando i lavori dalla gavina che si trovava in faccia a quello vecchio, e al tempo stesso cominciarono a disfare tre vecchie case, tra loro vicine, per fare la nuova via per andare in Fontebranda[13]; ma tutte queste bonifiche del convento le Gesuate le goderono per poco tempo, perché soppresse con la legge Leopoldina del 1779, si unirono a quelle di S. Maria Maddalena e l’oratorio ritornò in libero possesso della Compagnia di San Sebastiano.

A semplice titolo di curiosità e per chi possa avervi interesse, aggiungiamo, che prima della soppressione napoleonica, la contrada della Selva non ebbe mai una sede propria per esercitarvi i divini uffici e per tenervi le adunanze. Fino al 1777 i Selvaioli si servirono della chiesa plebana di San Giovanni, ma in questo anno per alcune vertenze sorte con il Pievano del tempo, andarono ad ufficiare l’oratorio dei tessitori di panni lini; ma vi si trattennero per breve tempo per dar luogo a quelli della contrada della Pantera[14]. Trovandosi così la Selva senza nessuna sede, ebbe ricorso all’ Arcivescovo Tiberio Borghesi che ben volentieri le concesse la chiesa di San Desiderio, ma minacciando questa rovina, nel 1 798 la contrada si rifugiò nell’ oratorio di San Niccolò in Sasso. Restaurata alla meglio la chiesa di San Desiderio i Selvaioli vi fecero ritorno e vi stettero fino a che, con la soppressione Napoleonica degli enti religiosi e secolari del 1808, restato libero l’oratorio di San Sebastiano ne presero definitivo possesso.


A. LIBERATI


 

[1] La Famiglia Colombini, originaria di Siena, appartenne al Monte o Ordine di e Nove e ed ebbe a primo risieduto lacomo di Mino di Pietro uno dei XXXVI del governo della Repubblica nel 1276.

  Possederono i Colombini i castelli di Montebenichi e quello di Tuopina che la Repubblica donò a Naddo di Naddo nel 1479, per intercessione del Duca di Calabria, del quale era amicissimo ebbero altare e sepoltura nella chiesa dei PP. Domenicani e casa propria in via di Città in faccia al vicolo di Aldobrandino; oggi detto del Castoro.
Oltre al B. Giovanni ed a Caterina, questa famiglia annovera non poche persone che con I’ ingegno e con l’opere si resero benemerite della patria, e così Tomuccio, fratello del Beato, nel 1346 fu mandato ambasciatore al comune di Firenze, Bonaventura uno dei quattro provveditori di Biccherna neI 1404; Leonardo di Naddo di Niccolò (n. 1513) insegnante nello Studio di Siena, fu uno dei prescelti dalla Repubblica a riformare il governo dopo la cacciata degli Spagnoli (1552). Per le doti che lo distinguevano fu chiamato a Bologna come Auditore alla Ruota, da dove si portò a Napoli per insegnare in quella Università. Tornato in patria, già languente, vi morì e dai suoi concittadini gli furono rese solenni onoranze.

  Panfilio di Leonardo (n. 1534) dottore in legge, fu dal granduca Ferdinando I mandato ad insegnare diritto civile a Pisa e per il suo sapere, dallo stesso Granduca, incaricato di disbrigo di affari delicatissimi, che adempì sempre tanto scrupolosamente da riscuotere il plauso della Corte di Toscana. Tornato in Siena morì in età di settanta anni, nel 1605, ed il suo corpo fu sepolto in San Domenico.

  Giovanni di Panfilio fu creato cavaliere di S. Stefano nel 18 novembre 1570, ma fattosi cappuccino, rinunziò alla onorificenza.
  Leonardo fratello di Giovanni (n. 22 maggio 1566) seguendo l’esempio dell’ avo e del padre, insegnò prima nello Studio di Siena e poi andò a Bologna in qualità di auditore di Ruota. Morì in Siena nel 25 ottobre 1612 e fu sepolto con grande onore in S. Domenico, nella tomba di famiglia.

  Niccolò di Panfilio creato cavaliere di Santo Stefano nel 2 luglio 1590, fu priore dello stesso ordine in Pisa.
Torquato di Giovanni (n. nel 1552), sebbene ancora in giovane età, fu presente alla battaglia di Lepanto (1571) ove si portò valorosamente, e finalmente Giovanni, Cosimo e Lorenzo, fecero parte della Compagnia dei Cento uomini d’arme istituita dal duca Cosimo dei Medici.

  Si estinsero i Colombini con Giovanni-Patrizio di Niccolò, morto nel 1754, lasciando erede la figlia Aldobrandesca che nel 21 ottobre 1750 aveva sposato Andrea di Giulio Del-Testa.

A titolo di curiosità diamo qui la genealogia, della parte più antica, dei Colombini per dimostrare il grado di parentela che passava tra il beato Giovanni e Caterina fondatrice delle Gesuate.

PIERO detto Colombino

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MINO

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IACOMO
uno del governo dei XXXVI (1276)

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         |

PIETRO                                                             |                                                                     |     

         |                                        
B.GIOVANNI                                       TOMUCCIO
Ambasciatore a Firenze nel 1346      TOMMASO Gab. 1366 c.31

sp. Biagia di Giovanni Cerretani (Gab. 1342-43)                                                                                                    |

 

                                                                                               ______________________________________________

                                                                                              |                                                                                           |


                                                         CATERINA
fondatrice delle Gesuate morta 1387      RABBÈ  sp. Fazio Mariscotti (Gab.1366 c.31)          

 

[2] I Gesuati furono soppressi nel 1668 sotto il pontificato di Clemente IX.

[3] A. S. S., Cons. Generale, vol. 83, c. 92.

[4] A. S. S. MACCHI, Memorie, vol. V, e. 280.

 

[5] A. S. S., Concistoro, Scritture, vol. 2155, o. 50.

[6] A. S. S., Concistoro, Scritture, vol. 2155. o. 60.

[7] A. S. S., Spedale, Conti Correnti, vol. 570, c. 169.

[8] A. LIBERATI, Oratorio di S. Rocco. Bullettino Senese di Storia Patria, a. III, Fasc. II, 1932.

[9] A. S. S., Spedale, Delib. F. n. 9, c. 29.

[10] MILANESI, ‘Doc. per la Storia dell’ Arte Senese, vol. III, c. 307 e BRIGIDI, Nuova Guida di Siena e dei suoi dintorni, Casa editrice Italia per Italia,1922.

[11]A. S. S. MACCHI, cit., vol. 1, c. 107. Oggi questo locale è di pertinenza degli Asili Infantili che lo hanno affittato al Consorzio Provinciale Antitubercolare Seneir, e non vi si conservano traccie della vecchia cappella.

[12] ARCH. CURIA ARCIVESCOVILE, Visita alle Chiese senesi di mons. Bossio. Il Macchi ci ha lasciato scritto che quando moriva una monaca la portavano a seppellire nel convento dei PP. Ingesuati al Ponte. (Memorie vo1. I, c. 22 e V. c. 280) uso che necessariamente cessò allorché quest’ordine venne soppresso.

[13] A. S. 5. MACCHI, cit., vol. 8, c. 117.

[14]  La contrada della Pantera uffiziava l’oratorio eretto dal Pubblico, nel 1641, in onore di San Giovanni Battista Decollato, presso il Laterino; ma con la creazione del nuovo cimitero, avvenuta nel 1786, dovette cedere quella cappella per uso funebre e così, come abbiamo accennato, i Panterini andarono nel cappellone sottostante l’oratorio di San Sebastiano. (A. S. S. Aurieri ms. A., n. 21).

 

                                            

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Ultimo aggiornamento: 21-02-17