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650esimo b. Colombini


 

LE LAUDI DEI GESUATI

(da "IL LIRISMO MUSICALE RELIGIOSO IN SIENA NEL TRECENTO ..." di L. Cellesi)
BVLLETTINO SENESE
DI STORIA PATRIA
Anno V. - (XLI della Collezione) 1934- XII Fascicolo I
RIVISTA DELL’ ISTITVTO D’ ARTE E DI STORIA
DEL COMVNE DI SIENA

(Vedere qui anche LE LAUDI del Corpus Iesuatorum)
 

La vera adorazione
con le divine lalde
cordial dilezione
tengon l’anime salde.

BIANCO DA SIENA


Il trecento, quel nostro appassionante bel trecento, che foggiò il fiero volto di Siena, plasmandone i tratti armoniosi, ne rivelò anche 1’ anima, un’ anima mutevole e tenace, mistica e bizzarra, romantica e selvaggia. Questi contrasti dell’ anima senese divengono ancor più dissonanti nell’ atmosfera mistica dell’ ambiente trecentesco, agitato dagli esaltamenti ascetici e dalle commozioni religiose. Siena viveva in quel tempo giornate tragiche e paurose: la peste si avvicendava a riprese
sempre più micidiali, distruggendo le vite e le energie. Anichino ed Acuto, con le loro feroci compagnie, portavano la miseria e lo sterminio nelle terre senesi. Lo spirito cittadino viveva nella continua trepidazione per i tumulti, le risse, gli eccidi provocati dalle rivalità faziose che riempivano la città di orrore e di sangue.

  Da questi sinistri bagliori si ergono possenti le figure del sacro trittico senese, Giovanni Colombini, Caterina Benincasa e Bernardino Albizzeschi, della cui luce immortale s’ illumina, non solo il trecento, ma anche il tempo avvenire.

Ad aprire il più grande moto religioso del secolo, fu Giovanni Colombini, il Terzo Pazzo di Cristo[1], nato, si crede, nel 1304. Colombini visse per mezzo secolo negli agî e nel fasto che la sua qualità di ricco mercante, gli permetteva. Nella primavera del 1354 Colombini abbandonò improvvisamente la vita mondana, le belle vestimenta di drappo di seta che erano la sua ambizione, il suo orgoglio, le pellicce morbide ostentate sotto le cioppe, i finissimi guanti, il comodo cappuccio, le doppie calze, e da una vita di conforti e d’agi, passò a quella del mendicante coperto di stracci per quel tanto che la decenza richiedeva.

  La lettura della vita di Maria Egiziaca, procuratagli dalla pia consorte, Biagia dei Cerretani, aveva operato il miracolo, precipitando il conflitto che da tempo si dibatteva nell’animo del Colombini, come qualche cosa di profondamente fatale. Quella lettura gli aveva rischiarato l’intelletto, ora vedeva chiaro! La corsa alle ricchezze, a gli onori, alle gioie della vita per cinquant’anni di seguito non gli aveva procurato che amarezze, disillusioni e disgusti. Era l’ora di finirla, bisognava rinunciare, soltanto la rinuncia completa poteva mettere fine a quel dramma intimo che lo sconvolgeva. Un desiderio insostenibile d’azione s’impadronì di Giovanni; e in preda a quel divorante desiderio si disfece del grosso patrimonio — fiorini d’oro lucidi e sonanti, fondachi, poderi, case — distribuendo tutto ai poveri e agli istituti di carità, monasteri, ospedali, chiese. Abbandonò immediatamente «il traffico del taglio de’ panni e altre mercanzie ch’egli aveva in Siena, in Perugia e in altri luoghi ».[2]

  Il fatto sollevò molto rumore in tutta la città; i suoi amici gridarono al pazzo, lo coprirono di scherno e di derisione. Colombini non si turbò per questo, ma tutto preso dalla sua divina follia, raddoppiò la misura. In Palazzo, dove aveva dominato tra i Nove della Repubblica, si fece servo dei servi del cuoco, portando: acqua et le legne da fuoco, su per le scale, in sala et in cucina.
lavando ogni catina, per vendicar l’honor del priorato
.[3] Non si limitò a questo: un giorno montò su un povero somarello, e poi su quell’ umile cavalcatura fece diversi giri intorno alla piazza del Campo di Siena, il magnifico teatro della vita cittadina, dove in passato si era visto cavalcare altero nei paludamenti del magistrato o del gentiluomo.

  Si può immaginare il chiasso e le risate suscitate da quella strana cavalcata che il Colombini faceva in isconto del «suo superbo cavalcare usato» avanti che la grazia divina gli toccasse il cuore.
I mistici eroismi del Colombini ricordano molto quelli di S. Francesco, e davvero questi due santi — scrive la contessa di Rambuteau — offrono più d’un riscontro d’anima e di vita: da uomini di mondo, stati esperti trafficanti, animati dall’ambizione, divennero con la forza della grazia, cuori tenerissimi e spiriti cavallereschi quanto mai; poeti e musici tutt’e due, van cantanto i loro amori per le amene convalli « dell’ Umbria e della Toscana » [4].

  Nonostante le beffe, i dileggi, le derisioni dei più, Colombini trovò presto dei seguaci perfino nelle classi elevate a cui non risparmiava ammonimenti, rimproveri e minacce.

  « Il Colombini si trae dietro i seguaci con un allettamento che sa « di quello pel quale correvano dietro a Gesù i discepoli. Non ha formule di regola, non sa ancor dire se vuole formare una famiglia religiosa, non vuole che s’abbia di lui altra stima che di peccatore, e «ne cerca il vituperio. Ma canta alto l’amore di Cristo, e il nome «suo santo; ne vuole innamorare il popolo, e il popolo se ne innamora. Così vien formandosi una schiera di gente semplice e pia, tutta
« fervore di preghiera, tutta dolcezza di rapimenti …» [5]. Questa schiera di penitenti che ingrossava sempre più finì per mettere in sospetto i Dodici che governavano allora la Repubblica, i quali, forse anche urtati dal contegno niente affatto riguardoso che la compagnia teneva verso di essi, condannarono i capi del movimento alla pena dell’esilio con la scusa di voler prevenire possibili turbamenti dell’ ordine pubblico.

  Colombini, con i suoi seguaci, si allontanò immediatamente da Siena, dove pertanto si aveva il timore che l’ingiusta condanna avrebbe attirato 1’ira di Dio.

  « Infatti non erano finiti di sparire gli esiliati a una svolta di strada, che un’ orrenda tempesta si scatena sopra la città colpevole. Lo strepitar della grandine si confonde con la romba incessante de’ tuoni, e quella voce, che pare d’un Dio sdegnato, colpisce il popolo di « terrore » [6]

  Non seguiremo il Colombini e i suoi seguaci nelle loro peregrinazioni per le campagne, i paesi, le città della Toscana e delle regioni limitrofe. Dovunque passava, l’uomo di Dio veniva accolto con grande entusiasmo e da per tutto portava quell’ardente palpito d’amore, quel grande fervore religioso che si stemperava in rivi di poesia e di canto, trasfondendosi nelle anime che gli accorrevano attorno a bevere ansiose la sua parola, i suoi slanci poetici. Le turbe ripetevano quei canti da cui trasse origine il dilagamento del lirismo religioso che caratterizzò in modo particolare il trecento senese.

  Poiché, a noi interessa quel momento storico per il riflesso che ebbe nell’arte musicale, così, a questo punto — anche per non ripetere cose già note limiteremo le notizie storiche e biografiche a quel tanto che possa giovare alla esattezza e chiarezza del presente articolo.

 

   Il trecento con le sue commozioni e le sue esaltazioni mistiche non poteva dare che una lirica religiosa che rispecchiasse lo spirito del tempo. Questa lirica era una parola nuova che si acconciava alla mentalità del popolo di cui fondeva in una sola le molteplici aspirazioni religiose e questa lirica nuova fu la laude volgare. San Francesco nel dugento ne aveva dettato il primo e più sublime esempio con il Cantico delle Creature. Fra Pacifico, il re dei versi per incarico del serafico Maestro, era andato pel mondo a diffondere quel Cantico, ed aveva sostato anche a Siena, portandovi il seme del mistico fiore Francescano sonoro di ritmo e di melodia.

  Dal dugento in poi, la laude non aveva fatto che progredire ed espandersi tra le popolazioni dell’Umbria e della Toscana specialmente, ora Colombini riaccendeva il fervore di essa, aprendo il nuovo ciclo detto dei Gesuati o Ingesuati, come furono chiamati i componenti la compagnia colombiniana il cui principale e più importante poeta fu Bianco da Siena. Questi «era dell’Anciolina di Valdarno di Sopra, « del Contado di Fiorenza, ma perché da piccolo fanciullo si era del1’arte della lana di continuo esercitato, fu poi chiamato Bianco da «Siena»[7] e annoverato tra i poeti spirituali senesi. Entrò nella compagnia dei Gesuati poco prima che il Colombini morisse e dopo molte e ripetute istanze, perché, essendo molto delicato di salute, il Colombini temeva che non potesse sopportare la dura vita del penitente gesuato. Fin da giovanetto, Bianco da Siena, si era rivelato ispirato e fecondo poeta. Improvvisava i suoi versi rapito in un esaltamento celestiale che tutto lo illuminava di luce vivissima. Il Volpi chiama Bianco da Siena 1’lacopone della Toscana, se non ché — dice — «mentre egli ha 1’ardore e le estasi del Tudertino, non ha di questo « la rozzezza e la trivialità»[8].

  Anima squisitamente musicale, il nostro poeta, trae dal mondo dei suoni immagini sonore e amalgami strumentali. « Trombe ben sonanti — cythara, chordis, timpano e saltero . . . . ». Far di sentire il classico salmista! Il fuoco del mistico amore è la fonte principale d’ispirazione del poeta, nella cui poesia spirituale risuona sovente l’eco della lirica amorosa profana, « che a lui, bello e gentile, forse piacque cantare nella prima età ».

« A volte tutta la lauda non è che un lamento appassionato della sposa (l’anima) che affretta coi voti il momento d’essere menata dallo sposo a collocarsi con esso nel letto e sopra del suo petto riposarsi »[9].

  Quando lo stimolo d’una commozione si fa violento, acuto come una sensazione fisica, allora l’idea che per la sua sublime natura dovrebbe rimanere nelle più alte sfere della spiritualità, si materializza. Il fenomeno diviene più evidente e più comune negli spiriti non esercitati nel dominio della propria volontà, quindi incapaci a reagire alla violenza dello stimolo per rimanere nell’atmosfera ideale. E questa una tendenza dello spirito popolare che si riflette nella poesia ascetica del Bianco da Siena.

  La poesia spirituale dei Gesuati, fiorita quasi tutta nell’epoca d’oro della lingua volgare e della lirica religiosa, si differenzia totalmente da quella dei Disciplinati, ispirata generalmente dalla Passione, dal dolore della Madre, dal pianto sconsolato delle Marie, tutta sanguinante come le carni di coloro che si flagellavano. Nella poesia dei Gesuati invece tutto è sovrumanamente raddolcito da un immenso amore, da uno struggente desiderio di bontà, di pace. E questa una risonanza del Verbo  Francescano che aveva ormai dissipato le fosche visioni dell’ Apocalisse, del Giudizio finale imminente ed acceso la fiducia nella misericordia di Dio.

  Con i Gesuati la laude acquista un più spiccato, intimo lirismo. li poeta canta se stesso, le sue aspirazioni, i suoi palpiti con immagini, artifici poetici e voli della fantasia e con ogni specie di versi, di rime senza aderire a concrete forme prestabilite. Non si preoccupa dell’intonazione musicale, si attiene a ciò che ha sottomano, sia attingendo nel repertorio delle sacre melodie, sia al repertorio popolare profano. Anzi è proprio a quest’ultimo che s’intona di preferenza la maggior parte di quella poesia laudistica fiorita nella seconda metà del trecento, quando si diffuse l’uso di prendere in prestito la melodia delle canzonette profane per intonare le laudi.[10]

  La laude è la più significativa espressione dell’Ars nova — si è detto —. Canta con San Francesco 1’amore sublime, universale per tutte le creature che il comune Padre, « l’Altissimo, potente, bon Signore», creò sorelle; stilla lagrime e sangue coi Flagellanti, si scioglie in lirici voli coi nostri asceti Gesuati, tutta affocata, avvampante d’amore, tenera, dolcissima, gaudiosa, anche in mezzo alle tribolazioni, alla più squallida povertà.

  La laude ebbe origine con i riti celebrati dai primi cristiani;[11] passò poi alla liturgia romana e fece parte dell’ufficio divino. Nell’uscire dall’ambito strettamente ecclesiastico, la laude conservò l’antico tradizionale nome — laus[12] e prese lo schema poetico dalla ballata[13].

  Il resto, idioma, contenuto e melodia, l’ebbe dal popolo che fece della laude la sua canzone spirituale preferita e la cantò non solo in chiesa, ma anche all’aria aperta, sulle piazze, sulle vie, specie nell’«ora che volge il disio» dinanzi alle immagini dipinte dentro i tabernacoletti ai crocevia, a gli svolti delle strade, che la sera, incalzando, avvolgeva d’ombra e di mistero.

  Furono i Flagellanti a dare una più ampia diffusione alla laude, la quale pertanto trovò ambiente e clima propizio nelle Compagnìe e nelle Confraternite religiose, in pieno sviluppo nel sec. XIV, dove mise radici profonde, fino a prendere progressivi sviluppi di forma e di contenuto.

  Nelle Confraternite il canto delle laude divenne una consuetudine sancita e voluta dagli statuti, che prescrivevano 1’obbligo di alternare le lunghe preghiere e il tormento della flagellazione alle laudi, come a suggellare le estenuanti tappe con dolcezza riposante del canto. La storia della laude dunque è connessa molto a quella delle Confraternite, in seno alle quali acquistò tanta importanza da divenire lo scopo principale di alcuni sodalizi, i quali, per questo furono detti «Laudesi» e anche Compagnie delle Laudi. In alcune confraternite si provvide persino all’ insegnamento delle laudi con speciali « insegnatori a ciò atti, confratelli o no »[14] retrìbuiti qualche volta con denaro o vitto.
in Siena, una Compagnia di Laudesi, o più propriamente la « Compagnia delle Laudi cli Maria Vergine » sorta nella chiesa di S. Niccolò dei Padri dei Carmine, data dal 1289[15].
  Il fervore delle Confraternite religiose in Siena fu notevole fino dal duecento e anzi a questo riguardo, la nostra città figura accanto alle più importanti d’ Italia; ma non è qui il momento di tracciare la storia di quelle società, tanto più che il lirismo religioso poetico e musicale che c’interessa si sviluppò al di fuori di esse e indipendentemente da influenze del genere. Giovanni Colombini e i suoi seguaci erano cittadini appartenuti a vari ordini sociali che riuniti in una compagnia — detta in seguito dei Gesuati o Ingesuati — non ebbero dimora fissa, né oratorio, né sede, né altro al mondo all’infuori della fede ardentissima e del canto, almeno fin che visse il fondatore.
  Quale promotore e propagatore del canto laudistico, Giovanni Colombini è all’altezza di S. Francesco e di S. Filippo Neri. Come costoro, il Colombini ebbe il gusto e 1’inclinazione per la musica e intuì felicemente il potere arcano di essa su gli animi. Psicologo per istinto, comprese d’aver nel canto un prezioso alleato per esercitare con più frutto il proprio ministero. Tratti rivelatori di questa felice intuizione si colgono numerosi nelle sue lettere tutte fuoco e fiamma, scritte nel più puro volgare trecentesco, buona parte delle quali indirizzate a Monna Paola Foresia, abbadessa del monastero di S. Bonda[16], sua amica dolce in Cristo e soave consolatrice.

  Basta osservarlo, sia pur fugacemente attraverso questo epistolario, per constatare con quale continua, violenta incitazione invita, spinge a cantare i confratelli, e popolo e penitenti. — Eccolo sul Campo di Siena : Nardusa, il ventenne maestro di legge, vuoi prendere 1’abito dei poveri di Gesù e Colombini procede pubblicamente alla vestizione del neo Cavaliere di Cristo. Assistono il Colombini alcuni compagni, tra cui il Boccia che suona la viola e canta le laudi insieme al Maestro.  

  Finita la teatrale cerimonia, il Colombini, come preso da ebrezza musicale, insieme al Boccia, intona la famosa laude che è tutta un grido d’ amoroso entusiasmo: — Diletto Jesù Cristo chi ben t’ama, avendoti nel cuore….

  Eguale fervore canoro si rinnuova alla mensa degli Ambasciatori pisani[17] e si ripete nel monastero di S. Domenico in Camporeggi, dove opera addirittura il prodigio. I frati domenicani, che da tempo non osservavano più il rigore della regola, col dimenticare specialmente la pratica della povertà, ascoltando il fervoroso canto del Colombini, sentirono in esso un severo ammonimento e un dolce richiamo che li scuoteva dall’accidioso e colpevole oblio. Accesi « di grande desiderio chi pianse e chi sospira » e in breve, animati da quel « focoso zelatore della santa e ricca povertà » vuotarono le celle e tutto vollero che fosse distribuito ai poveri, abiti, indumenti superflui, libri e persino gli speroni, posseduti da frate Cristofano Biagi.

  Sulla via dell’ esilio, mentre si allontanava dalla patria e dalle cose che gli erano tanto care, trova accenti di giubilo e motivi di allegrezza che scioglie in canti giulivi e melodiosi ; quei canti che si rinnoveranno poi per tutti i luoghi dove passerà, Arezzo, Città di Castello, Asciano, Montalcino, Viterbo, Monticchiello etc. Desideroso che la Chiesa approvi legalmente la sua compagnia divenuta numerosa e molto ben veduta da tutti, Colombini, saputo del ritorno d’Urbano V da Avignone, si reca a Corneto per incontrarsi col pontefice. In quell’occasione lui stesso scrive con evidente compiacimento d’aver messo « tutto el campo con lalde . . . . a rotta e a festa »[18].

  Mentre sosta ad Asciano, copia in due giorni un libro di laudi di Niccolò (da Montepulciano?) ed è tanto grande il desiderio di possedere quella raccolta, che nella foga di copiarla, dimentica persino il suo Cristo.

  Stavomi — scrive — e non era creatura che Cristo mi ricordasse, né io, quasi, nol potevo ricordare» [19].

  Colombini si compiace d’aver nella sua compagnia due eccellenti cantori di Laudi, il Boccia di Siena, che suona anche la viola, e il Barna di Montalcino che «e’ sa molte lalde e belle».
A Pietro di Narna a Pisa, Colombini manda una laude su la Passione, perché il suo canto, bello e devoto, sia di consolazione a lui e ai suoi fratelli, com’era nella compagnia gesuata, dove altro quasi mai si cantava, tanto piaceva quel canto[20].

  Colombini apre il ciclo dei laudografi gesuati che per un secolo e mezzo, circa, dette una trentina di poeti spirituali con a capo Bianco da Siena. Molti di questi rimatori furono senesi o dell’ antico stato senese, gli altri quasi tutti toscani.

  Della nostra città sono i due Piero da Siena, Spinello, Angelo e Antonio Bettini [21], Cristofano di Gano Guidini[22] Bindo di Bartolo de’ Piccolomini e Girolamo da Siena.

  Tutta si scioglie in rivi di melodia questa lirica del tre o quattrocento e non solo ispira i poeti gesuati, ma tutto attorno risveglia un grande fervore lirico che non ha precedenti nella storia di Siena. Sono molte le centinaia di poesie spirituali dell’ epoca pervenuteci in codici preziosi, spesso miniati con arte, e di libri editi nei più antichi secoli della stampa. Ma all’ immenso patrimonio poetico non corrisponde una proporzionata entità di patrimonio musicale. Fino ad ora, ma da poco tempo fa, si conosceva la sola melodia della laude del Colombini.

  — In su quell’alto monte; — Tuttavia altre quattro laudi d’autore senese si trovano, come la precedente, in una raccolta di fra Serafino Razzi, pubblicata a Firenze nel 1 563, con « la propria musica e modo di cantare ciascuna lauda».

  L’esistenza di queste quattro laudi era sfuggita agli studiosi di storia musicale senese, perché nessuno ne ha fatto cenno fin qui ; questa musica dunque giace nell’oblio e nel silenzio da oltre cinque secoli, per cui è da sperare che la pubblicazione in notazione moderna, di tre laudi oltre quella colombiniana verrà accolta con compiacimento da coloro a cui sta a cuore 1’incremento della storia e del patrimonio musicale senese, che non ha posseduto fino ad oggi nessuno esempio di musica pratica del trecento e del quattrocento.

  Questo gruppo di laudi viene dunque a colmare una grande lacuna e poiché la laude è espressione dell’Ars nova, com’ è stato affermato, queste laudi costituiscono i più antichi saggi di melodia italiana.
  La laude del Colombini, cronologicamente è la prima e, tanto per la parte poetica come per quella melodica, si presenta come una raffazzonatura della canzonetta profana

In su quell’ alto monte

È la fontana che trabocchelia
Drento vi si bagnia bella fantina
[23]

 

cambiata:


In su quell’ alto monte
Vi è una fontana che tre bocche 1’ ha

oro vi so le sponde, etc. [24].

 

  La melodia di questa laude si svolge nell’ambito di due soli brevi periodi che si ripetono ciascuno due volte sullo stesso verso. Nel primo periodo la melodia percorre 1’estensione d’una sesta ascendente, sul fondo armonico di cinque accordi perfetti. Il secondo periodo di quattro battute come il primo, s’inizia con 1’accordo di tonica fondamentale in terza posizione, da cui la prima voce ridiscende dolcemente alla tonica, e si chiude con cadenza autentica. La melodia di questa laude, quantunque circoscritta a poche battute, ha respiro ampio, per il suo andamento placido, riposante, suggestivo.

  La laude dei Pellegrini di Bastiano da Poggibonsi è una pagina originalissima e veramente bella nella sua tinta leggermente grottesca, evocante strane ombre vaganti nell’ignoto.

  È stata composta con incredibile limitazione di mezzi sonori: due voci che si muovono entro 1’estensione di un’ottava, ma ciò non toglie che questa singolare composizione risulti di sorprendente efficacia, se eseguita però, in movimento energico e piuttosto vivace.

  Frate Ilario Buoninsegni, gesuato, dettò la laude alla patrona della musica, S. Cecilia, ma la struttura di questa laude a due voci è alquanto frammentaria. Si compone di tre parti, in tempo binario, e una specie di codetta in tempo ternario, tanto caro ai teorici del medioevo.

  La frase iniziale, si snoda largamente, e verso la fine del periodo s’incurva con atteggiamenti melismatici a somiglianza di canto liturgico. Poi la figurazione diminuisce e il canto si fa sillabico, quasi incalzante per giungere alla chiusa.

  Nel secondo periodo, breve e con ritornello, s’infiltra una vaga reminiscenza di canto narrativo popolare tutt’ora vivente tra i cantori in poesia, mentre nel terzo periodo si ritrova, su per giù, il carattere mistico della prima parte. La codetta in tempo dispari accentua sempre più il carattere frammentario della composizione.

  In tutte queste laudi, la melodia è sempre affidata alla prima voce le altre completano l’armonia con procedimenti elementari, ma emancipati già dalle astruserie dell’ Ars antiqua.

  Questa musica, non sa ancora distaccarsi decisamente dalle antiche tonalità gregoriane, pure essendo tutta orientata verso le moderne tonalità, fuse nella sintesi del modo maggiore e minore, è melodia sincera e libera che spicca il primo volo negli sterminati cieli dell’arte.

L. CELLESI

** *

 

 

GIOVANNI COLOMBINI

SEC. XIV

 

in su quell’ alto monte
Vi è una fontana, che tre bocche l’ha.

D’oro vi son le sponde
D’oro et d’ argento la sua canella ha,

Qualun che ne vuoi bere
Convien che spogli la sua gonella;

Non ti bisogna argento
O ver moneta per comperarla,
L’ anima che ne gusta
Diventa chiara più che una Stella

O vergin gloriosa
Che del buon vino tu sei la cella

Alla anima mia ingrata
Donali bere benchè sia fella;

Benedetto sia Christo,
Che morir volse per comperarla;

Benedetta la madre
Del buon Giesù di cui è sorella,

Anima siziente
Se ne vuoi bere vatten’ ad ella [25].


BIANCO DA SIENA

SEC. XIV

L’ Amor ‘a me venendo

Si m’ ha ferito il core,

Che con grande fervore

Mi struggo e vo languendo.

 

 

Languisco per diletto,
Che tu mi fai sentire,
O Giesù benedetto,
Fammi d’amor morire,
lo non posso soffrire
Amor cotal ferita
Giesù torni la vita
Perch’ io mi vo’ struggendo.


Struggomi pur pensando
Il tuo infinito amore,
Che andandoti scampando
Tu m’ hai ferito il core,
Non porto più valore,
A farti resistenza
Perché la tua clemenza
Si mi fa andar cantando,

 


Cantando io vò un canto;
Che gl’angeli fan festa
Che tornato m’è in pianto
Ogni mondana trescha,
Amor come balestra
Stende le sue saette,
Sentole nel cor fitte
Et vomene piangendo,


Piangendo per amore
Tutto mi vo’ purgare,
O benigno Signore,
Se tu mi vuoi amare,
Priego, non indugiare
Fa ch’ io sia sotterrato
Nell’aperto costato,
E dentro stia dormendo.

 

 

BASTIANO DA POGGIBONSI

LAUDA DEI PELLEGRINI


Povertà, fatiche e stenti,
Santo freno e casta vita
Triest’e lieta nostra gita
Fan per neve, pioggie e venti:
Pellegrini qual vedete,
Circondiamo ogni confino
Patiam freddo, fame, sete,
Non ci piace acqua nè vino,
lncert’ è nostro camino.


Benchè il Verbo seminando
Duole alquanto la partita;
Pur speranza assai ne aita
Di trovarci un dì contenti.
Morte è Vita a chi ben vive,
Vita è morte a chi mal muore,
Vita è morte di ben prive
Pien d’affanni e di dolore
Ciascun lievi a Dio suo cuore.

 

Lieti siamo e mal contenti
Alla morte ce n’andiamo.
Morte, morte è il termin posto
Hor ci siamo, hor non ci siamo
Hor siam presso, hor siam discosto;
Chi va tardi e chi va tosto:
Chi va in gaudio, e chi ‘n tormenti
Noi andiam sempre cantando;
Perché a noi la mort’ è vita.

 
E sarem sempre gaudenti,
E la nostra vita humana,
Un conflitto, una battaglia,
E 1’ armarsi cosa vana,
Il cuoprirsi a piastra, o maglia
Chi vuoi’ arme che gli vaglia
Di morir che si ramenti,
Quant’ è stolto ogn’ un che nasce,
E mai pensa di morire,

 

 

In el ventre e nelle fasce
Vediam questo e quel perire,
Però noi nel stare a gire
Al morir siam sempre intenti.

 

 

FRA ILARIO BUONINSEGNI DA SIENA
A S. CECILIA
Lodian col puro core, e con la mente
Cecilia sacra, e degna,
Ch’ en ciel trionfa, regna

 

Di tre corone ornata, o Fede ardente,
La pudicizia fin da tener ‘anni
Sposat’ a Giesù donna
Porta il cilizio sotto i ricchi panni
Al senso non perdona ?
Il santo amor la sprona
Offerir l’alma, e il core
A Dio vero Signore
i falsi Dei spregiando, o fede ardente.


Vengon gl’Angel dal cielo, e stanno intorno
A questa vergin pura,
A preservarla d’ ogni grave scorno,
Ponendo ogni lor cura,
Essa con la scrittura,
E col santo Vangelo
Converte con gran zelo
Molti infedeli a Christo, o fede ardente

 

Onde il crudel tiranno a gran furore
Mosso si sforza, e ingegna,
Piegar la mente, e pervertire il core
A questa vergin degna,
Hor gran tormenti assegna,
Hor con lusinghe prega,
Ma quella non si piega
Fondata nella pietra, o fede ardente


Ecco ‘I bollente bagno è preparato
Dov’ è posta la sposa,
Ma quivi refrigerio d’ ogni lato,
Sente la fresca rosa.
La morte pretiosa
Far riportare all’ alma,
La Vittoria, e la palma
In cielo al caro sposo, Iddio presente.


 

[1]  GIULIOTTI, « La Diana», Anno Il, Fasc. 111.

[2] BELCARI, Vita del Colombini ed altri Gesuati.

 

[3] Lauda che cantavasi come: — a Madre che festi colui che ti fece » — e anche come — « Nella bellezza del sommo splendore».

Vedi Laude spirituali di F. BELCARI, in Firenze, presso Molini e Cecchi, dietro il Duomo, 1864.

[4]LA CONTESSA Dl RAMBUTEAU, Il Beato G. Colombini. Versione di V. Lusini, Siena 1894.

[5] LA CONTESSA Dl RAMBUTEAU, Prefazione all’ Op. cit. pag. XIV.

[6]LA CONTESSA DI RAMBUTEAU, Op. cit.

 

[7]BELCARI, Vita del B. G. Colombini.

[8] G. VOLPI. Il trecento, Storia letteraria d’ Italia.

[9] G. VOLPI, Op. cit.

[10] Il vezzo di mescolare indifferentemente arie e parole sacre e mondane ci fu portato di fuori, riflesso di costume francese e fiammingo è vezzo gotico. — Sullo scorcio del duegento e nella prima metà del trecento, vediamo, ora soltanto, ma in modo finalmente chiaro, con quale impegno e con che eletta coscienza dei valori spirituali, potesse essere condotta l’ intonazione del testo poetico.

F. LIUZZI, Ballata e Landa, Annuario della R. Accademia di S. Cecilia, Anno, 1930-1931.

[11]Con i primi cristiani troviamo la Laus cerei: lode del grosso cero, simbolo di Cristo, Luce ne1 mondo. Boll. Cec., Anno XXIX. n. 3.

[12]Laus, laudis, finale dell’ Ufficio notturno che i monaci sogliono recitare all’aurora, mattutino.

[13] La ballata « si acconciò subito nel duecento il sentimento religioso e ne venne fuora la lauda, la quale ne’ suoi principii mostra pur qualche traccia profana che ne accusa a l’origine» .

 CARDUCCI, Musica e poesia nel mondo elegante italiano del sec. XIV.

[14]  MONTI, Le Confraternite medievali dell’Alta e Media Italia, Vol. I, Venezia, p. 163.

[15] MONTI, Op. cit., p. 233.

[16] Il monastero di S. Bonda, o meglio dei SS. Abundio e Abundanzio, è distante da Siena circa un miglio e mezzo. Fu fondato dal figlio di Carlo Magno, Pipino, re d’Italia. Al tempo del Colombini era abbadessa del monastero Paola di Forese detta Paola Foresia. Prima di darsi a vita di penitenza, Colombini affidò ad essa la propria figlia, Angiola di tredici anni, in attesa di farle prendere il velo, quando avesse raggiunto l’età prescritta. Sembra che questa giovanetta si chiamasse Arriga, o meglio Agnese o Agnesuccia il che giustificherebbe il diminutivo Guccia usato da Colombini. PARDI, La rappresentazione del . G. Colombini. « Bull. Sen. di Storia Patria» Anno IV, Fasc. 11-111, 1897.

[17] Essendo venuti a Siena Ambasciatori Pisani et havendo inteso di questa povera Compagnia, nuovamente creata, volsero per loro devotione che i servi di Dio, Giovanni a et Francesco, principiatori di detta Congregatione, desinassero una mattina con loro a menarono seco uno loro Compagno, nominato Ceccho, ‘l Boccia, e1 quale sonando la Viola,
« cantava molte devote Laude e. Vita di B. Giovanni Colombini, Ed. anonima. Roma 1659.

  Rist. di G. Dragondelli. Lettera LXXI, alle monache di S. Prospero.

[18] Lettera XC.

[19] Lettera XXXI.

[20]Lettera XXXVI.

[21] Alla famiglia Bettini, nobili senesi, appartenne Angelo certamente. Antonio d’ Agostino, prese l’abito gesuato in S. Girolamo a Siena nel 1439, fu vescovo di Foligno. Pio II lo condusse al concilio di Mantova e lo elesse suo legato presso Francesco Sforza di Milano. Io questa città fondò il monastero di S. Girolamo per l’ordine gesuato. — SESTIGIANI, Famiglie nobili senesi, vol, I, e. 131. Fondò in Roma il monastero dei Gesuati, donato dal Cardinale Latino degli Orsini. Scrisse il e Monte Santo di Dio e libro famoso per le splendide incisioni in rame che lo illustrano. — MORIGI, Paradiso dei Gesuati, Venezia 1654.

[22] Cristofano di Gano Guidini, nacque intorno al 1345, morì nel 1410. Scrisse le sue « Memorie » o e Ricordi che giungono fino al I 396. Fu ammiratore e seguace di S. Caterina e scrisse la vita del Beato Colombini. — V. FEO BELCARI, Op. cit. Compose il libro delle laudi della Cattedrale come si rileva dal seguente documento. — Anno 1404 (stile senese) Don Domenicho di Bandino chappellano dello spedale die dare, adi 19 ferraio per fiorini due Senesi demo per detto dell’ operaio per scrittura del libro che la dele lalde e1 quale compone fra Cristofano di Gano. — e Memorie del Camarlengo e, ad annum — Archivio dell’ Opera dei Duomo.

[23] Quest’ indicazione è data dal Codice Chigiano, ora nella Vaticana, LVII. 266.

[24] RAZZI, Libro primo delle laudi da diversi eccellenti e devoti autori composte etc. Giunti, Firenze, 1563.

 

[25] Questa laude è riportata dal codice Palatino 172 — Bibl. Naz. di Firenze — dal Chigiano LVII, 266 — Bibl. Vaticana — nonché in raccolte a stampa dal sec. XV al sec. XVIII. Passando dall’ uno all’ altro codice, dall’una all’altra raccolta stampata, la laude subì delle varianti e fu ascritta ora a quello, ora a quell’altro poeta, o ad autore incerto e anche al Bianco che la dispose, ossia la commentò, come risulta dal codice Rossi, BIANCO DA SIENA, Laud spirituali, sec. XIV, pubblicato da T. BINI nel 1851 a Lucca, Tipografia Giunti. Pellegrino Bonardo, uno dei primi editori, I’ attribuì al Colombini e tale paternit i è stata accettata dagli storici e letterati. La presente versione, come quella delle altre Inudi che seguono, è etata tratta con la musica dalla raccolta di FRA SERAFINO RAZZI, Op, cit.

 

 

                                            

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Ultimo aggiornamento: 21-02-17