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650esimo b. Colombini

Bianco da Siena in Dizionario Biografico dell'Enciclopedia Treccani

  "...In questo tempo era in Siena un giovinetto, nominato Bianco di Santi, il quale era da Lanciolina di Valdarno di sopra del contado di Firenze: ma perchè da piccol fanciullo s'era nell' arte della lana di continuo in Siena esercitato, fu dipoi sempre chiamato il Bianco da Siena. Costui molte volte aveva pregato il B. Giovanni che lo ricevesse nella sua compagnia: ma l'uomo d'Iddio Giovanni vedendolo bellissimo, e delicato garzone; e dubitando ch'e'non potesse sostenere l'asprezza della lor vita, non lo voleva ricevere. Ora sentendo il Bianco che il fervente Giovanni colla maggior parte della sua brigata si partivano da Siena per andare a Viterbo, uscì prestissimamente della città innanzi a loro; e a un albergo di lunge da Siena tre miglia si pose ad aspettargli; e co' suoi propri denari fece apparecchiar molte vivande. E quando l'ottimo Giovanni colla sua povera compagnia per la strada passava, il Bianco si fece loro incontro, e affettuosamente con tanta umiltà gli pregò, che essi per soddisfare il suo caritativo desiderio, si posono quivi a mangiare. Ed essendo i detti poveri colle predette vivande alquanto confortati, il Bianco pose le sue ginocchia in terra, e con grandissimo desiderio supplicò il B. Giovanni e gli altri poverelli, che per amor di Gesù Cristo nella lor compagnia lo ricevessono. Per la qual cosa, il dolcissimo Giovanni, veduto il suo santo e fermo desiderio, e il grand'onore ch'egli per carità aveva loro fatto, accettò il detto Bianco nella sua congregazione; ed egli di quindi partendosi insieme con loro si mise in cammino..."

 
da "Via del B. Gio. Colombini" di Feo Belcari

 

 

ACCADEMIA DE’ ROZZI

BULLETTINO SENESE DI STORIA PATRIA

Anno XVIII. - 1911 Fascicolo II-lII.



 

I Gesuati e il loro poeta Bianco da Siena


  Era la primavera del 1354 quando, per l’esempio di Giovanni Colombini, un vivo ardore di pietà e di religione si diffuse in Siena e nel contado[1]. Si vide allora una turba di penitenti : coperti di povere vesti e inghirlandati di olivo recarsi in processione per le vie implorando ad alte voci la misericordia del cielo:

 Perdono, eterno Iddio,

 Pace pace, Signor pio» [2].

  E alla, pace andavano i Senesi in quei tristissimi anni che corrono dalla caduta dei Nove alla morte di Santa Caterina, nei quali la città fu flagellata cinque volte dalla peste e messa a ferro e fuoco dalle compagnie di Anichino e di Giovanni Acuto [3].

  Gli animi, commossi dalle guerre recenti, trepidanti per quelle che si annunziavano prossime e amareggiati dallo spettacolo della chiesa ròsa dal lungo scisma, cercavano della religione consolazione e rifugio. Per la persuasione di quei devoti i cuori più induriti s’intenerivano, si componevano discordie private, famiglie nemiche dimenticavano gli antichi rancori. Intanto correva voce di prodigi coi quali Dio avrebbe mostrato di proteggere e gradire quella devozione: si diceva che a S. Bonda raggiassero fulgori dalle immagini della Vergine[4], che all’Alberino un olmo fosse rinverdito al passaggio dei penitenti[5], che indemoniati e infermi fòssero sanati al semplice contatto di quei devoti.

  Questo movimento religioso, pure animato di tanto fervore, fu meno disordinato di quello umbro del 1258, segno dei tempi ormai volti a più gentili costumi, e ad una più umana concezione della vita terrena: esso ricorda il Francescano per quello spirito di perfetta letizia, che fioriva in canuti di amor divino spontanei e appassionati e per il carattere laico della congregazione. Ma quella, vita di volontaria povertà, di vagheggiati disprezzi e di fanatico ascetismo, non poteva non esser sospetta alla chiesa, costretta per le continue eresie a vigilare gli errori nascenti dalla semplicità e dal fervore, come gli spiriti malcontenti e sofistici. Questi turbavano le scuole e travisavano le verità della fede, ma davan tempo e modo a chi volesse combatterli, mentre gl’incendi della carità eran così repentini, e l’età imaginosa e devota li accoglieva tanto volentieri, che sembrava ingiusto punire l’ eccesso della fede e il fanatismo dell’ amore.

  I pontefici si sentivano a disagio con queste schiere tumultuanti di entusiasti: e alla fine, per salvarli dagli eccessi di zelo, li organizzavano in corpi disciplinati; così quei devoti davano esempio di edificazione senza mettere in pericolo i dommi e le discipline ecclesiastiche.

  « Noi parlammo con Misser lo Vescovo delle parole di Misser Domenico, e che esso ci disse se noi facciamo neuna cosa o neuna decretale che potesse esser sospetta — del tutto rispose che neuna cosa ci ene contraria e che noi fussimo semplici e puri e che lassassimo fare a Dio » [6]. Ma questo lasciar fare a Dio non poteva bastare e crescendo i sospetti e gli avversari, i poverelli dovettero andare a Viterbo dal papa a giustificarsi e a chiarirsi.

  La festosa accoglienza fatta al pontefice che ritornava fra noi, l’entusiasmo dei penitenti, sono descritti dal Colombini con una vivezza rappresentativa non comune: «e puoi appressandosi il tempo dei venire, si n’ andammo ai mare, ove si fece grande apparecchio per ricevare el Santo Padre e’ cardenagli. E vedemmolo escire dalla nave veramente parendo un Santo. Noi tutti con gli ulivi in capo e in mano, con gridare sempre laldato Cristo evviva il Santo Padre, tutto il campo mettemmo a rotta e a festa » [7].

  Urbano V accolse con molta benevolenza il fondatore dei Gesuati, riconoscendone ordine e rivestendo la Brigata a proprie spese di candide vesti. Questo fu il suggello finale, che doveva riempite di letizia infinita l’anima del poverello Giovanni poiché nel ritornare coi suoi verso la città natia, le febbri malariche contratte a Bolsena, lo condussero in breve alla tomba (31 luglio 1367).

  Le lettere dei Colombini notevoli come documento letterario e come storia di un’anima ascetica, sono l’unica e sicura fonte a cui possiamo attingere per avere notizie (e scarse notizie) intorno all’origine e alla diffusione dei primi Gesuati. Questi erano una confraternita di laici, che senz’obbligo di studi e di uffizi sacerdotali, presi d’amore per Dio, andavano cantando le lodi di Gesù, e forse da questo derivò il loro nome[8].

  I paesi del contado senese, Montalcino, Montepulciano, Bettolle, Sinalunga, Chianciano, Chiusdino, furono i primi ad esser « messi a rotta » come dice il beato in maniera assai espressiva: il movimento poi si estese alla Toscana e all’Umbria[9].

  I Gesuati non erano propriamente Agostiniani, ma osservavano una regola particolare, data loro da uno dei compagni il beato Giovanni da Tossignano vescovo di Ferrara nel 1441. « I fratelli - così ne descrive la vita Paolo Morigi nel Paradiso dei Gesuati - tra il giorno e la notte perseverano
 nell’orazione da cinque in sei ore: usano pregare senza strepito di voce, in sentimento d’anima, prediligendo fra le preghiere il Pater noster. Due volte al giorno si disciplinano, né accedono agli ordini sacri per umiltà »[10]. Col nuovo padre spirituale Girolamo d’Asciano, successo a Mino Vincenti, fondarono monasteri a S. Leonardo, a Casteldurante, a Città di Castello, ad Arezzo a Firenze, a Pistoia. Nuovi progressi fece l’Ordine sotto il padre Spinello da Siena, che riunì il primo Capitolo generale nel convento di Valverde a Bologna nel 1426[11]. Incoraggiati largamente dai pontefici con donazioni e indulgenze, verso la fine del Trecento costituirono un ordine importante nel centro d’Italia[12]. Dopo il 1384 i Gesuati presero stanza a Firenze nello spedale di
S. Giuliano fiori di porta 5. Frediario; vestivano come i Domenicani portando un lungo cappuccio bianco che i fiorentini paragonarono ad una calza, da qui il soprannome dato al loro primo convento. Passarono quindi a 5. Trinità vecchia, presso lo Spedale della Scala, e di là verso il 1438 vennero ad abitare a S. Giusto alle Mura, occupato prima dalle suore agostiniane, che lo abbandonarono nel 1364 quando i pisani, piombati su Firenze e trovate chiuse le porte, saccheggiarono i dintorni facendo provare al convento di S. Giusto tutti gli orrori della violenza militare. Il monastero rimase chiuso e nel 1527 fu distrutto dalla furia del popolo per l’assedio minacciato a Firenze dall’ esercito imperiale. 1 Gesuati vagarono allora qua e là per parecchi anni, finché nel 1531 si stabilirono nel convento di S. Giovannino a Porta Romana che fu chiamato S. Giovannino della calza. « La regola dilatavasi in Toscana e già avevano il bel convento di S. Girolamo a Siena e Lucca, un altro alla Sambuca e a Pisa, al quale fin dal 1441 aveva la Signoria fatto grazia di trenta lire l’anno in compenso delle gabelle delle porte. Possedevano pure il convento di Montenero, quando, nel 1504, mercé la protezione della repubblica, poterono stabilirsi in Arezzo»[13]. Ma per aiutar Venezia nella difesa di Candia, nel 1668 l’ordine fu soppresso e i suoi beni furon venduti in vantaggio di quell’isola. Poco sappiamo della vita che i Gesuati conducevano: il loro ordine fiorì grandemente nei dintorni di Firenze e nella città al tempo dei Medici, che ingrandirono i loro conventi e li decorarono con ricchezza[14], Nel contado Senese si ebbe un solo monastero di questi religiosi, quello di S. Girolamo, che ebbe vita breve e poca importanza.
I Gesuati segnarono un risveglio religioso e dettero impulso alla lirica Sacra perché per quasi un secolo ebbero una serie continua di rimatori spirituali dal Bianco fino a Feo Belcari che narrò la vita di quei primi devoti. Le loro laude, improvvisate nel calore della preghiera, ed esprimenti in versi disadorni affetti devoti, erano raccolte dal popolo che le cantava nel vespro, davanti alle Maestà, nelle chiese e per le vie. La strofa vigorosa d’Iacopone, nata nei boschi Dell’Umbria, fra le colline senesi acquistava insolita, dolcezza, nell’ agile verso del Bianco, il più fecondo ed il più notevole dei rimatori gesuati.

Ingenio foelix, doetrina praeditus, ingens
Religione, potens hic pietate fuit;
Caelesti iuvenis perfusus luminae, fortis
Tartareo exuvias victor ab oste tulit;
- Insignis forma, puro qui nomine Blancus
Caelicolas inter candida gemma nitet [15].


Poco nota è la sua vita. « Il Bianco di Santi, così narra il Belcari, era un giovinetto il quale era dell’Anciolina del Valdarno di sopra, del contado di Fiorenza, ma perché da piccol fanciullo, si era nell’arte della lana di Continuo in Siena esercitato, fu dipoi sempre chiamato Bianco da Siena » [16].
Lanciolina o Anciolina è un villaggio del Pratomagno vicino all’ Alpe di S. Trinità, alle sorgenti del torrente Agna, noto per aver dato i natali a Poggio Bracciolini[17]; nei secolo XIII appartenne ai conti Guidi di Modigliana e agli Tibertini di Soffena, e «nelle calende di ottobre del 1324»
passò ai guelfi fiorentini che lo tolsero ad Aghinolfo di Bettino il Grosso [18]Santi dell’ Anciolina fu forse un fuoruscito ghibellino, che per sottrarsi alle ire di parte cercò rifugio nella città rivale di Firenze, contro cui nutriva ancora l’antico odio « che fece l’Arbia colorata di rosso» ? Non sappiamo se il padre del Bianco avesse mandato solo, « da piccol fanciullo» il proprio figlio a Siena ad impararvi dl’arte della lana, o se egli pure vi si fosse recato e fatto cittadino senese.

  In tenera età lasciò dunque il Bianco le montagne natìe e nella città sacra alla Vergine, ardente di religione per l’esempio del Colombini e di S. Caterina, trovò di che nutrire la sua anima pia. «Continue volte avea pregato il beato Giovanni che lo ricevesse nella sua compagnia, ma l’uomo di Dio vedendolo bellissimo e delicato garzone, e dubitando che non potesse sostenere le asprezze della loro vita, nol volea ricevere »[19]. Il giovane anciolinese, dotato di elette qualità, quali la bellezza del corpo e la vivacità dell’intelletto, la gentilezza di animo e la pietà profonda, con l’esercizio di un’arte a quei tempi assai stimata e lucrosa, dovette arrivare ad una certa agiatezza, da permettersi (se prestiamo fede al racconto del Belcari) di dar prova della sua generosità ristorando con abbondante cibo un’ottantina di persone. « Ora sentendo il Bianco che il fervente Giovanni, colla maggior parte della sua brigata si partivano da Siena per andare a Viterbo, uscì prestissimamente dalla città innanzi a loro, e a un albergo di lunge da Siena due miglia, si pose ad aspettargli e così coi suoi propri denari fece apparecchiar molte vivande. E quando ottimo Giovanni colla sua povera compagnia per la strada passava, il Bianco si fece loro incontro e affettuosamente con tanta umiltà gli pregò, che essi per soddisfare il suo caritativo desiderio, si posono quivi a mangiare. ».

« E essendo i detti poveri colle predette vivande alquanto confortati, il Bianco pose le sue ginocchia in terra, e con grandissimo desiderio li supplicò, che per amor di Gesù Cristo nella lor compagnia lo ricevessono. Per la qual cosa il dolcissimo Giovanni, veduto il suo santo e fermo desiderio, e il grand’onore ch’ egli per carità aveva loro fatto, accettò il detto Bianco nella sua congregazione, ed egli di quindi partendosi insieme col loro si mise in cammino » [20].

 Il Bianco entrò dunque nell’ordine dei Gesuati fra il maggio e il giugno del 1367, ed essendo «ancor garzone», dovè esser nato verso il 1350.

  Pochi mesi dopo, il 26 luglio, lo troviamo vicino a Bolsena nel monastero di Acquapendente a consolare gli ultimi momenti del suo padre spirituale il beato Giovanni. Queste poche notizie sono date dal Belcari nella Vita del Colombini: in quella di « alcuni servi di Gesù Cristo » troviamo ancora ricordato il Bianco come « garzone caritativo . . . . che diessi tutto a’ santi pensieri, a piangere i suoi peccati e la passione di Cristo » [21].

  Il Signore mostrava la sua benevolenza per il giovane devoto colmandolo di mistiche gioie; una volta, attraversando una solitaria pianura con Giovanni da Terranova suo compagno, mentre il Bianco cantava una lauda «gettava uno splendore grandissimo e lucidissimo per la faccia, che pareva una cosa di paradiso, in tanto che quando Nanni il vide ebbe grande spavento, dubitando che non fosse qualche inganno delle demonia » [22]. Crescendo in virtù ed in santità « prese partito di visitare i luoghi de’ suoi padri e fratelli »: si recò ad Anghiari convertendo il Signor di Pietramala, poi al convento della Sambuca, ed a Venezia dove morì. Il Morigia nel « Paradiso dei Gesuati » determinò anche l’ anno, 1442, ma erroneamente perché il Bianco dové morire molto prima essendo entrato in religione nel 1367.

  Delle numerose laude del gesuato, «composte e òrdinate di grande e mirabile sentimento di Dio», si ebbero varie edizioni: la prima, per cura del Bonardo, in Bologna, verso i primi del secolo XV, accolse rime del Colombini, del Bianco, del beato Romolo, di fra Paolino, di fra Girolamo.
Il Gamba nella quarta edizione della « Serie dei testi di lingua » (Venezia, 1831, pagg. 33, 133), ricercò diligentemente queste edizioni e ne registrò cinque: quella di Firenze, Bonaccorsi, 1845[23], quella di Pescia « a petitione di Pietro Pacini », 1489, citata dagli accademici della Crusca, quella bresciana del De-Misintis, 1493, ed altre due veneziane del secolo XVI contenenti poche laude scorrette del gesuato. L’ultima edizione e la migliore, sebbene incompleta[24], è quella lucchese del 1856 curata da Telesforo Bini, condotta secondo un codice cartaceo del secolo XIV appartenente a
Francesco de Rossi[25]

  Il Bini pensò che le novantadue laude messe a stampa con l’ordine che avevano nel ms., fossero «quasi tutte disposte per intendimento di uno che dal fango del vizio via via rilevandosi giunga alla cima della contemplazione e della santità perfetta » [26]

  Non direi che il libretto presenti lo svolgimento di una anima ascetica; quelle laude hanno ispirazione uniforme e svolgono motivi comuni: sono sfoghi di un cuore innamorato e pio che raramente ha potenti anditi e sospiri profondi. Né la « santa pazzia » dà all’agile strofa il movimento drammatico dei canti di Iacopone; qui tutto è umile, delicato, infantile: certi ritornelli, certe parole fisse che martellano al principio e alla fine di ogni verso, certe espressioni farebbero sorridere, se il sentimento che le anima non lasciasse commossi e pensosi.

L’amor divino ispira, scuote, fa delirare il Bianco:


Per amor vo impazzando,
Con desiderio acceso,
Per amor vo gridando,
Sì forte ne son preso;
Da poi eh’ io son compreso
Sì meno gran tempesta,
Sudando vo di testa,
Sì m’abbonda ‘lfervore [27].


Ma il « desiderio acceso » s’illanguidisce a poco a poco e nelle strofe seguenti diventa un sentimento assai mite, che permette al gesuato di ragionarci su e il descriverne in modo bizzarro gli effetti:


Sì m’ abonda ‘l diletto
Lo cor mi si distrugge,
In Jesù benedetto
L’ affetto mi si fugge;
Allor i’ anima sugge
La dolcezza divina,
Diventa serafina
Per ardente calore [28].


Scelto l’argomento, con la facilità ritmica che gli è propria, lo ripete in vari toni, variando dalle strofette di settenari a rima alternata, a quelle di settenari e di endecasillabi, di senari e quinari, di ottonari, di soli endecasillabi, a rime tronche e piane.


Pochi son quelli a cui non rincresca
La mia conversazion per tanti grida
Però non lassa arnor ched è non mesca
Tant’ abbondanza che par che m’ uccida;
Tutto m’ introno per le grandi strida,
Si mi si dà che par che mi disfaccia.


Or ecco adunque uom condizionato
Che pochi son che mi voglino appresso
Ma io ho più volte ciò desiderato,
Più e più volte pregato n’ho esso,
Che esso m’abbia in tanto abisso messo
Che non si trovi nullo a cu’io piaccia[29].


Qui non solo l’ardore è cessato, ma anche il verso impacciato e contorto ha perduto ogni armonia; il Bianco stesso se ne accorge ed improvvisamente, cambiando metro, chiede:


O dolcissimo Jesù, quando
T’amerò con tutto il cuore
E a te per vero amore
Mi girò sempre accostando?


Ma il ricordo delle offese recate a Dio lo rattrista profondamente e questo dolore toglie alla strofa ogni elemento di vita; la confessione dei peccati è fatta in maniera cadenzata e lenta; le parole si perdono in un lamento indistinto, e solo verso la fine riappare qualche bagliore, quando l’anima si desta dalla « dolce nichilanza » per darsi completamente a Dio.

Non cerco più neuna cosa,
Se non di potere amare
Sol colui che mi riposa
In cui mi vo’ trasformare
Non saccio che mi fare
Poiché i’son rimesso in esso,
Faccia ciò che piace a esso
Ch’ altro non gli addimando [30].

 

Talvolta vien meno al fuoco, il cuore si fa « ghiaccio e rifreddo » ; si direbbe che le lusinghe del mondo tentano quella povera anima per l’ultima volta; ma essa si ribella, raccoglie tutta la sua forza, tutta la sua virtù e si rifugia nella fede:

 

Partito se’ da me er mio difetto,

O dolce sposo,

Non trovo poso senza te, amore.

Riposo senza te non ho niente,
Se tu non torni, dolci amor piacente,
Io so ben certo ch’i’ so sconoscente
De’ tuoi doni,
Che mi perdoni,
Grido in amarore!


Quanta tristezza e quanta soavità in questi versi!quale effetto artistico nel repentino abbassamento di tono, nel passaggio immediato dall’endecasillabo al quinario che rende a meraviglia la cadenza della voce! Con una tenerezza femminea, squisita, continua:


Amor Jesù lassamiti trovare,
Per la tua sola carità infinita,
Ch’ el mio cercare si è te cacciare
Per la ipocresia de la mia vita;


il Signore ascolta benigno i semplici e i buoni che lo chiamano con fede:

 

Amor Jesù, il cuor lui si consuma,

Amor Jesù l’anima se ne brilla,

Mandami una favilla del divin fuoco;

 

e la grazia è concessa:

 

Giunt’è non trovo loco

Sì forte m’arde l’amor di Gesù.

 

Ritrovato Cristo il Bianco invita alla «mensa d’amore » tutte le anime pie:


Venite amanti, col cuor disioso
Al dilettoso d’ogni ben dàtore,


la gioia degenera in pazzo entusiasmo; l’« amore focoso » non dà salutare letizia; nelle mistiche altezze dove l’anima umana sembra toccar l’infinito, solo nei grandi e forti risplende sereno il pensiero. Il Bianco davanti Eterno resta smarrito, senza palpiti, senza vita


El mio vivere è morte
Annego ne l’amore
E per amor son morto.


Quando vuol « gridare il suo amore » non leva che una debole voce, e quel sentimento che in lui è alta e vera poesia si manifesta in versi disadorni, in suoni così poco armoniosi che della poesia non hanno nemmeno l’eco


Per amor io mi disfaccio
Com’la cera al foco
E come al sole ghiaccio
Tanto ne incendo e coco
Io aroco.
Dicendo, amor Jesù, famiti amare [31].


Il fantasma divino che assedia l’anima innamorata, qualche volta si perde in un’astrazione generica, o si dilegua affatto; allora i versi ci offrono soltanto un passo di poesia amorosa, con lo stile e i modi abituali della lirica erotica del tempo, eco forse di qualche profana canzone che a lui garzone bello e gentile, piacque cantare nella sua giovinezza:


Affetto mio vanne con disìo
Portandoti la grazia al mio diletto,
Quando se’ giunto parla a l’amor mio...
Le mirolle gli mostra del cuor mio
Dimandalo se c’è nessun difetto.
Digli ch’io canto con grande allegrezza
E dolci canti che m’ha conceduti [32].


  E vorrebbe che tutto giubilasse e cantasse con lui: in quest’espandersi della sua anima fuori dell’insana esaltazione mistica per ricercare e richiamare tutte le creature di Dio, è un rifiorire inatteso del sereno entusiasmo di S. Francesco. Alla tradizione francescana ci conducono alcune laude composte in ricorrenza di festività religiose, o in lode di Cristo e dei Santi. Un posto notevole nelle rime del Bianco occupano i canti che celebrano la natività di Gesù e altri avvenimenti della sua infanzia.

  In essi la Vergine appare come figura molto secondaria illuminata dalla luce che viene da Dio; non è la «Donna del paradiso», né la madre figurata con affettuosa vivacità come nelle laude di Franceschino degli Albizi e di Giovanni Dominici; i vezzeggiativi carezzevoli, le tenere invocazioni sono per il bel « mammolello».

 

O Jesù poverello,
Sol per noi arricchire,
O dolce mammolello,
Nulla di che coprire
Avea la sua altezza!


Il motivo è antichissimo : i pastori, desti da insolite armonie, vedono in cielo brillare una viva stella; guidati da quella luce giungono alla capanna, e s’inginocchiano davanti al presepe dove posa Gesù; ma la scena è colorita con tinte delicate e soffusa di una gioia celeste che ricorda le tele di Gherardo delle Notti. La serenità che infonde al lettore noti si comunica anima sua; questa pace solenne lo inebria, lo esalta; il verso improvvisamente si spezza e corre affrettato e saltellante per tutta la lauda.

 

O abisso,
O dolce sposo
O lungh’e largo sopr’ogni misura,
Gesù amoroso,
O dilettoso — d’ ogni ben datore[33].


Poche e non belle sono le laude che il Bianco dedica alla Madonna; « Sena civitas Virginis » ebbe un culto particolare per Maria e ne rappresentò i miracoli e le storie nelle chiese, nei pubblici palazzi, lungo le vie. Le preghiere dei pittori senesi sono una poesia delicatissima; così Guido a piè della più antica tavola invoca la Vergine:


Guido de Senis, me diebus depinxit amoenis
Q.uem Christus lenis, nullis velit cordibus se angere!


con suave atto di adorazione e di fiducioso abbandono si rivolge Duccio:


Mater Sancta Dei, sis caussa Senis requiei,
Sis Duccio vita, te quia depinxit, ita,


e Simone Martini nel grande affresco della Sala del Consiglio la saluta: « Salve, Virgo Senam veterem quam signat amoenam! ». Ma l’« innamorato di Cristo» non intendeva la virginale maternità della «piena di grazia», e più che per le madonne dagli occhi semichiusi, e dal tenue fuggevol sorriso, che Sano di Pietro, Lippo Memmi e Ambrogio Lorenzetti effigiavano con tanta dolcezza, s’inteneriva per gli enormi crocefissi, che i maestri fiorentini dipingevano sullo grandi croci greche, o nelle absidi degli altari tra lo sfolgorio oro e delle gemme. Le laude sulla crocifissione non hanno però colori foschi ed espressioni dolorose come l’argomento richiederebbe; tutto ciò che è drammatico, profondamente commovente è lontano dalla poesia del Bianco. Il Gesù morto che rappresenta coperto di « clara vesta » non desta terrore ma infinita tristezza. Molte laude del Bianco son rivolte ai peccatori per esortarli a penitenza:


Beh, ritornate a Dio or che potete,
Che per grazia v’aspetta,
Se non tornate, per certo credete
Che ne farà vendetta
Anime, con gran fretta
A la confession tosto corrite.


Enumera lungamente tutti i beni che aspettano gli eletti e fa una bizzarra descrizione del paradiso, tutto «isplendiente », con « la scal d’ardente fuoco », come nelle visioni di Bovesin da Riva e di fra Giacomino da Verona. In quel lieto soggiorno sono tutti i santi e beati dell’universo:


Umana intelligenza non potria
Degli angeli intender la bellezza
La lingua umana nicchil ne dirìa
Dell’anime la suprema chiarezza [34].


  Consolato dalle celesti apparizioni finisce con una preghiera tranquilla e confidente.

  Le laude del Bianco, pur avendo uniforme ispirazione, non mancano di pregi; vi troviamo imagini appropriate, espressioni efficaci, versi scorrevoli e armoniosi; la vena non è sempre limpida, spesso l’intorbida fra i sassi e la ghiaia o si perde nella sabbia. Non molto poteva darci il poverello di Dio, che viveva in una continua esaltazione, «intorneato» com’egli dice dall’amor divino
Così ingenuamente si congeda.

 

Vivo io, già non io,
In me vive ‘l vivente,
Per sola grazia, Dio
So, ma non naturalmente,
La verità mai non mente,
Né non muor la vita;
Io so laude dell’amore,
Senza mai finita[35].


Queste laude dettate con fervore sincero, che i gesuati ripetevano per le campagne[36], furono popolari a Firenze con i poeti del ciclo mediceo, e si cajtaroiìo nei chiostri di S. Marco o nelle sale adorne del Magnifico Lorenzo sulle arie degli strambotti e delle barcarole [37]

 


Montevarchi 1911. VITTORIA DEUDI

 

[1]  Il Colombini, ricco mercante di Siena, a quanto ne narra Feo Balcari nella Vita (Roma, Salvimeri, 1843, Tom. I, pag. 2, ed. curata dai Gigli) si sarebbe pentito dei suoi peccati e dato a penitenza, alla lettura della pietosa storia di Maria egiziaca « miracolosamente a Dio convertita » cfr. P. RAINA, Un volgarizzamento della leggenda di Maria egiziaca, in Zeitschrift für Rom. Phil. », 1878, Vol. Il, pag. 256 ; G. PARDI, Sulla vita e gli scritti del Beato Giovanni Colombini, in « Bullettino Senese di Storia Patria » anno lI, fase. lI, pag. 16 G. C’ARERINI, Profili letterari, Firenze, Ba-rbera, 1870, La vita spirituale nel secolo XIV, pagina 221, e P. MISCIATTELLI, Il misticismo di Giovanni Colombini in « Nuova Antologia », 16 maggio 1911.

[2]  Quasi con le stesse parole comincia la lauda che cantavano i Bianchi di Lucca nel 1399

«Misericordia, eterno Dio,

Pace pace, Signor pio,

Non guardare il nostro errore ».

Cfr. SERCAMBI, Le cronache lucchesi, ed anche P. RUNGE, Die lieder und Melodien der Geissler des Jaheres 1399, Leipzig, 1900, pag 381.

[3]  Cfr. Le cronache senesi di Neri di Donato e di Agnolo diTura il Grasso in Rerum italicarum scriptores raccolte dal MURATORI, Tomo XV, pag. 75 e segg. O. MALAVOLTI, .Historia de.’ fatti e guerre de’ Sanesi dall’origine della lor città fino all’anno MDLV, Venezia, Marchetti, 1599, D. A. PROFESSIONE, Siena e le compagnie di ventura, Cìvitanova, Marche, .1898, e LANGT0N DOUGLAS, A history of Siena, London, Murray, 1902, pag. 38 e segg.

[4] Come S. Damiano per l’ Assisiate, S. Bonda o Abbondazio fu il sacro asilo dove si ravvivarono di eterna speranza gli ultimi pensieri del Colombini; questo Monastero secondo la leggenda sarebbe stato edificato miracolosamente nell’anno 801. Cfr. G. Gigli, Diario Senese, Siena, Tipogr. dell’ Ancora, 1854, Tomo 11, pag. 237 e segg.

[5] Per l’« Alberino » cfr. ms. della Biblioteca Comunale di Siena, E, VII, foglio 101 v, e De ANGELIS, Dell’ albero di 5. Francesco. Siena, 1823, pag. 14.

[6] Messer Domenico, di cui parla il Colombini nella XC lettera (pistole del B. G. Colombini, ed. curata da A. Bartoli, Lucca, l856) fu «uomo devoto e di molte lacrime « che entrò con fervore nella compagnia dei Gesuati. Secondo Ezio Levi (Arch. St. Lomb. serie IV, vol. IX, anno XXXV, pag. 33) questi non è il dotto teologo autore del Troiano, del Trionfo d’amore o del Volgarizzamento dell’Epistola di Ovidio, ma un umile penitente «con non molta dottrina, che per sua consolazione spirituale tradusse forse la Mistica Teologia». Cfr. anche 6. Mzzoni, Rime di Messer Domenico da Monticchiello, Roma, Tip. Metastasio, 1877, pag. 15 (per nozze Casini-De Simone).

[7] Lett. XCIV.

[8] « Ma fu cosa meravigliosa e degna di memoria . . . della grande bontà (li Giesù Cristo verso questi suoi servi che entrarono in Viterbo i tanciulli piccioli e quelli che non sapeano ancora formar parole. …subbito che viddero i servi di Dio, connnciarono apertamente e chiaramente a dire « Ecco i Gesuati, ecco i Gesmiati » Per il che dall’ hora in poi da questo divino oracolo sono poi sempre da tutti e dalla Santa romana Sede chiamati Giesuati » Paolo Morigi, Historia degli uomimi illustri per santità di vita e per nobiltà di sangue che furono Giesuati, Venezia, Cambi, MDCIIII, pag. 120.

[9] Cfr. P. Morigi. Il Paradiso dei Giesuati, Venezia, presso G. Battista Guerra, 1654, pag. 118.

 

[10] Ed. cit. pag. 89; Cfr. STEPRANI BALUZII, Msc. rfom. IV. Ordo et forma morum qaos et per consuetudinem observat Conregatio pauperam qui vulgariter Jesvati noncupantur, ed anche I capitoli della regola dei Gesuati, testo di lingua del Trecento in appendice a Convento di S. Giusto alle Mura, di G. BATTISTA UCCELLI, Firenze, Tip. delle Murate, 1865 pag. .157 e segg.

[11] Cfr. R. CHIARINI, F. Belcari e la sua Vita del Colombini, Arezzo, Sinatti 1904, pag. XXIX.

[12] G. BATTISTA UCCELLI, Op. cit. pag. 55 e segg.; Cfr. M. HELYOT, Storia degli ordini religiosi, militari e delle congregazioni secolari, trad. it. del padre G. FONTANA, Lucca, Salani MDCCXXXVIII pag. 421, e A. Ademollo, Marietta de’ Ricci, Firenze, Chiari. 1845, vol. VIII pag. 321.

[13] Cfr. UCCELLI, Op. cit. pag. 69.

[14] Il Convento di S. Giusto uno del belli e bene accomodati che fussero nello stato cli Firenze accoglieva tavole del Ghirlandaio e del Perugino, e sculture di Benedetto da Maiano. « Le due tavole dell’altare maggiore erano di mano di Pietro; e in una era un Cristo nell’orto e gli apostoli che dormono — nell’ altra fece una Pietà, cioè Cristo in grembo alla nostra Donna. - Lavorò in un’altra tavola un Crocefisso con la Maddalena, ed a piedi S. Girolamo, S. Giovanni Battista, e il beato Giovanni Colombini fondatore di questa religione, con infinita diligenza ». O. VASARI, Le Vite, edizione critica di KARL FREY, München, 1911, vol. 1. cap. pag. 39.

[15] P. Morigi, Historia; Op. cit. pag. 128.

[16]Vita del Beato Giovanni Colombini, ed. cit. pag. 40.

[17] EMANUELE Repetti, Dizionario geografico-fisico-storico della Toscana. Firenze, dai tipi di A. Tofani, 1835 Vol. II., pag. 640:« È fama che dalla rocca di Lanciolina traesse i natali il celebre Poggio Bracciolini, sebbene i suoi biografi abbiano indicato invece di quella il capoluogo della potesteria, cioè Terranuova ».

Cfr. TARGIONI-TOZZETTI, Relazione di alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana. Tomo VIII, pag. 329. Nel versante Fiorentino della catena di Pratomagno, ad oriente di Loro Ciuffenna ad un’altitudine di 920 metri sul mare, epperò emergente 600 metri circa su quel pittoresco paese di montagna, trovasi la rocca di Lanciolina, anticamente detta Anciolina. Di là trasse i natali intorno al 1350 il Bianco dall’ Anciolina.

R. BERLINGOZZI, Ricordi poggiani, Montevarchi, Pulini, 1911, pag. 9.

[18] G. VILLANI, Cronache, lib. IX, pag. 272 e Sc. AMMIRATO, Historie fiorentine, Tomo I, pag. 73-76.

[19] Feo BELCARI, Op. cit., cap. XXXVI.

[20] Feo BELGARI, Op. cit., cap. XXXVI.

 

[21] Siena, Bindi, MDXLI, pag. 28. Questa vita, attribuita comunemente al Belcari, secondo F. CECCARELLI sarebbe di un altro gesuato vissuto molto dopo. Cfr. F. Belcari e le sue opere, Siena, Lazzeri, 1907, parte II, pag. 22.

[22] Pag. 31.

[23] Laude facte et composte da più persone spirituali, a honore dello onnipotente I Idio e della gloriosa Vergine madonna e di molti santi . Raccolte da Lumi DE MORSI.

[24] Numerose laude del Bianco non edite dal Bini si trovano nella Raccolta di Laude spirituali di Feo Belcari, di Lorenzo de’ Medici ed altri, comprese nelle quattro più antiche raccolte con alcune inedite, per cura di A. GALLETTI, Firenze, Molini e Cecchi MDCCCLXIII.

[25] Una copia ms. delle Laude spirituali del Bianco dell’Anciolina si trova nella biblioteca della R. Accademia Valdartiese del Poggio di Montevarchi.

[26] Pref. pag. 15.

 

[27] Lauda XXXV, str. 3.

[28]Lauda XXII, str. 8-9.

[29]Lauda LXIV ; str. 22-23.

 

[30] Lauda XI; str. 8.

 

[31] Lauda XXVI; strofa 9.

[32] Lauda XXI ; strofa 5.

 

[33] Lauda XI; strofa 3.

[34] Landa XIX ; strofa 5.

[35] Lauda XXIII; strofa 24

[36] Dei numerosi Gesuati, che, secondo il Morigi empirono di canti la Toscana e, non restano a stampa che pochissime laude, di un valore letterario così tenue, che non merita il fermarvisi. La biblioteca Chigiana di Roma contiene ancora inedite preziose raccolte di opere volgari senesi del buon secolo della lingua : in esse si trovano rime di Fra Paolino, del Beato Romolo e di altri gesuati. (Cfr. A. TENNERONI, Inizi di antiche poesie italiane religiose e morali con prospetto dei codici che le con tengono, Firenze, Olschki 1909, pag. 18).

[37] Nel Libro delle laudi di I diversi eccellenti e devoti autori composte le quali si usano cantare in Firenze I con la propria musica e modo di cantare di ciascuna lauda, Firenze, Giunti, MDLXIII, raccolte da S. RAzzi, si trovano a pag. 43, 56, 61 laude musicate del Bianco.

 

 

                                            

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Ultimo aggiornamento: 21-02-17